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arte contemporanea

Cesare Viel, artista, performer e docente all’Accademia Ligustica di Belle arti, non è una presenza sconosciuta qua su Blart, se non ne sapete nulla potete andare a vedere qua l’intervista precedentemente fatta oppure andare a sbirciare sul suo sito per saperne un pò di più.

Ma cos’è “Un’ora d’arte: incontro con Cesare Viel” ?

Oggi, martedì 31 Maggio alle 18.30 presso lo Spazio46 di Palazzo Ducale di Genova, nell’ambito di “Un’ora d’arte” a cura di Virginia Monteverde, ci sarà l’incontro con Cesare Viel “Frasi, voci, corpi, tappeti, scritte, disegni, identità, azioni: l’arte molteplice di Cesare Viel” con la giornalista Bettina Bush.

Noi di Blart non abbiamo perso l’occasione e siamo andati a vedere, ascoltare e soprattutto fotografare per coloro che non possono partecipare a questo evento!

Durante questo incontro Viel ha parlato di vari argomenti, da quelli più intimi e privati come la perdita della madre, e i ricordi della fanciullezza a quelli più conosciuti come le sue performance in giro per l’Italia. Nonostante un’ora sia ridotta come quantità di tempo per raccontare la vita di un’artista è bastata per incuriosire e in parte soddisfare il pubblico.

"Un'ora d'arte con Cesare Viel" - Palazzo Ducale, Genova
“Un’ora d’arte con Cesare Viel” – Palazzo Ducale, Genova

Cesare Viel, artista e docente all’Accademia Ligustica di Belle Arti, intervistato da uno degli BLAutori e studente Giuseppe Petroso.

 

Giuseppe Petroso: Salve Prof. Viel, innanzi tutto le vorrei chiedere di raccontarmi di cosa si occupa nell’ambito dell’arte contemporanea.

Cesare Viel: I miei interessi espressivi sono legati soprattutto alla pratica della performance e dell’installazione. All’inizio della mia carriera sono partito dal testo, da tutto quello che significa: testualità, scrittura, parola, frase, voce, linguaggio. La mia partenza è strettamente concettuale, un’arte cioè che privilegia, della pratica espressiva, la componente legata alla teoria e alla parola.
La prima cosa che mi viene da dire è che sembra un’arte che non abbia niente a che fare con l’elemento visivo dato che esalta la parte linguistica, verbale. In parte è vero, ma non del tutto, perché ho iniziato a lavorare alla fine degli anni ’80 in un momento in cui la scena artistica italiana era ancora satura di immagini pittoriche, abbastanza pesanti, compiaciute. Erano i cascami della fine del periodo della Transavanguardia.
La dimensione della pittura per me in quel momento voleva dire soprattutto pesantezza da eliminare. Il mio pensiero, ma anche quello di altri artisti a fine anni ’80 era: “facciamo piazza pulita, ricominciamo da capo”.

GP: Il panorama artistico del momento era visto come qualcosa di obsoleto sotto il vostro punto di vista?

CV: Carico di materia espressiva giunta al capolinea, quindi colori, pratiche pittoriche e gestuali troppo compiaciute, chiuse, come imprigionate in se stesse.
C’era una sorta di saturazione, di pesantezza di un’arte che non teneva conto della possibilità di una relazione con l’altro, inteso in senso più ampio possibile. Non erano previsti spazi vuoti. L’intenzione era quella di tornare ad una sorta di leggerezza, ricominciare a parlare, prendendo dall’arte la sua parte meno scontata, la parte più “duchampiana” mi viene da dire, quella più smaterializzata, più priva di pittura, meno legata alla dimensione dell’arte tradizionale.
Una cosa da mettere a fuoco è che io non sono solo un performer in senso stretto, uso l’elemento della performatività ma non mi identifico del tutto solo con l’attività performativa. Fino ad ora la parte performativa c’era ma non al cento per cento, in una percentuale molto importante. Forse solo ora posso dire di essere arrivato a fare performance al cento per cento.

GP: Se prima la parte performativa occupava una grossa fetta percentuale, quella piccola da cosa era occupata?

CV: Diciamo la parte dell’oggetto, le tracce della performance, una parte altrettanto importante del lavoro. Il succo dell’energia in una performance, secondo me, va giustamente disperso nell’aria, ma la fotografia o l’oggetto che ne derivano, quelli possono diventare opere che si possono anche vendere.
Per essere una tua opera deve passare attraverso una distillazione concettuale molto importante, una specie di decontaminazione dall’essere solo un oggetto. In fondo, paradossalmente, non vorrei realizzare nulla di fisico, vorrei aggiungere solo pensieri ed emozioni, non gestibili e identificabili solamente come oggetti.

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GP: Questa “distillazione” degli oggetti di cui ha parlato, viene effettuata attraverso la sua performance?

CV: Si, per esempio l’ultima mostra che ho fatto da Pinksummer l’anno scorso: al centro c’erano dei feltri a pavimento che si spostavano come delle forme, come delle presenze, che potevano essere fruite anche come tappeti, o grandi fogli di carta. (Intervista sulla mostra personale da Pinksummer fatta da Emanuela De Cecco su Mentelocale.it)

GP: Quindi gli oggetti acquisiscono significato e spessore attraverso le sue performance e diventano vere e proprie opere?

CV: Si, diventano opere. Questo succede anche con le fotografie, che documentano l’azione. Spesso possono diventare opere vere e proprie, staccate dall’essere legate alla performance.
Un altro elemento che mi interessa come opera possibile è il suono, dato che amo anche il lavoro con la voce.
I lavori audio, che a volte entrano nella performance, possono diventare opere a se stanti. Siamo di nuovo davanti ad un oggetto abbastanza smaterializzato, perché l’audio può essere inserito in un oggetto che diventa differente da un oggetto che si espone semplicemente su uno scaffale, deve essere attivato.

Direi che per me la performance è come l’acqua per un pesce, un flusso, un’energia molto importante.

GP: Qual è il percorso di studi che ha seguito e il fatto di averlo seguito l’ha aiutata a diventare l’artista di oggi?

CV: Uno è anche quello che studia, gli interessi che ti accompagnano durante l’adolescenza e la crescita. Ho fatto l’Università di Lettere a Genova e ho seguito i corsi di docenti straordinari come Edoardo Sanguineti, che era un poeta, ma anche un grande intellettuale, un critico letterario, uno storico della letteratura italiana, ed era anche molto legato alla dimensione della performance, all’oralità della lingua, alla voce. Poi ho fatto gli studi di Storia dell’arte contemporanea con Franco Sborgi, Storia della critica d’arte con Marisa Dalai Emiliani, Storia dell’arte moderna con Ezia Gavazza, insomma una scuola molto sfaccettata, ricca di riferimenti, al centro molto importante era la teoria e il linguaggio. Sono entrato nel mondo dell’arte da quella porta e quindi, forse, per me è stato più facile liberarmi da quelli che all’epoca consideravo i cascami di cui abbiamo parlato prima, con questo non è che io non ami la pittura, amo molto certi pittori, ho studiato pittura nella storia dell’arte del passato, però sentivo che in quel momento il percorso si era chiuso, non c’erano prospettive, e quindi si poteva ricominciare ad utilizzare elementi che erano stati abbandonati negli anni ’80. Ad esempio tutta la dimensione concettuale, performativa e processuale.

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GP: Il suo percorso quindi è partito da un contesto linguistico e concettuale, ma come è arrivato all’artista che è oggi, ci sono state delle influenze che l’hanno indirizzata al performer che conosciamo oggi?

CV: Secondo me la performance era dentro di me come possibilità fin dall’inizio, ma agli inizi avevo una certa timidezza. Ci vuole un po’ di tempo per legittimarsi. Uno degli altri orizzonti che mi è sempre interessato era il teatro, in fondo c’era l’elemento performativo dentro i miei interessi, già da adolescente. Alla fine del primo spettacolo che vidi a teatro, avevo circa tredici anni, volevo andare in camerino e dire agli attori: “prendetemi, vengo con voi”.
Mi piaceva molto l’idea del nomadismo dell’attore e la dimensione del palcoscenico, questo luogo altro, dove accadono cose magiche in cui se si spengono le luci tutto sparisce e poi se si riaccendono tutto riparte da capo.
Ho questo ricordo dell’infanzia, avevo cinque o sei anni, avevo appena finito di partecipare a una recita per bambini, all’oratorio o con la scuola. Ricordo solo di aver dimenticato l’ombrello nel teatrino e mi dissero di tornare dentro a riprenderlo. Quando entrai nel teatro vuoto, osservando la piccola platea dal palcoscenico, tutta in penombra con le sedie vuote, ecco che mi apparve in tutta la sua forza evocativa, lo spazio performativo: un corpo in silenzio che respirava, in attesa.
Rimasi così incantato dall’atmosfera che si manifestava, una specie di “setting”: non era altro che lo spazio aperto delle possibilità, così è anche quello dell’arte. In fondo in fondo, ogni volta che faccio una performance, cerco sempre di attivare quella meraviglia e quella situazione di sospensione dove il mondo prende un’altra energia.

Non sono diventato un attore, alla fine, perché non mi interessa essere un attore, non è nelle mie corde, ma la dimensione performativa, in arte, mi ha permesso di utilizzare un interesse e un’attrazione per la scena senza che sia teatro, così come il mondo dell’arte concettuale e del linguaggio mi ha permesso di utilizzare il linguaggio e la parola senza che sia letteratura.

Via via che si mettevano in moto i pezzi della mia pratica artistica, osservando anche i precedenti storici, i miei compagni di strada più anziani, attraverso i libri, gli studi, mi sono accorto che per me lo spazio dell’arte era trovare uno sviluppo ulteriore ai punti di partenza che mi avevano intrigato, quindi la letteratura da una parte e il teatro dall’altra, senza desiderare fino in fondo di fare lo scrittore o l’attore.
Cosa si fa se non si vuole fare lo scrittore o l’attore? C’è lo spazio dell’arte, che ti permette di fare un’altra cosa, che non è una sostituzione, o una supplenza, ma è una contaminazione dinamica di linguaggi che difficilmente si può realizzare così completamente nelle altre discipline. Dopo anni che sono in questo ambiente, insegnando, praticando l’arte, l’arte contemporanea offre una grande ricchezza di mezzi e possibilità, e forse sta anche qui la sua difficoltà nell’essere compresa. Certo questo non vuol dire che ci sia libertà assoluta nel fare quello che vuoi, perché occorre costruire una piattaforma progettuale all’interno di un sistema coerente di segni.
C’è una totale libertà, ma nello stesso tempo una grande responsabilità dei linguaggi che utilizzi.

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GP: Qual’è l’importanza del contesto nel quale avvengono le sue opere e cosa rende un contesto migliore di un altro?

CV: È difficile, è un po’ come l’aria, sono dei fattori a volte occasionali, a volte intuitivi, emozionali. I progetti artistici sono da una parte profondamente voluti, intesi, razionali e dall’altra c’è tutto un margine che si può definire dell’inconscio. C’è una parte inconsapevole che lavora tanto quanto quella consapevole. Secondo me l’artista deve mantenere aperto il canale dell’imprevisto, gestendolo con la sua parte razionale. Solo con la parte razionale qualcosa si irrigidisce, e viceversa se utilizzi solo la dimensione irrazionale tutto si scioglie, si disfa eccessivamente. Le due parti devono andare insieme. Un equilibrio continuo che va sempre ricostruito, come stare su una corda. Non c’è mai un momento in cui trovi l’equilibrio definitivamente, devi sempre correggerti.

GP: Quali sono gli artisti che l’hanno maggiormente ispirata?

CV: Restando nel mondo dell’arte i nomi che mi hanno aperto i maggiori orizzonti sono Matisse, Giulio Paolini, Luciano Fabro, Giuseppe Chiari, che ho avuto la fortuna di conoscere, artista fluxus fiorentino, purtroppo non così famoso come dovrebbe ma con un livello altissimo di ricerca teorica e di pratica performativa, poi tra gli stranieri Bruce Nauman, Robert Morris, Bas Jan Ader.

GP: L’Italia è un paese che riesce a capire e apprezzare quest’arte?

CV: In Italia c’è una difficoltà a percepire e apprezzare l’arte contemporanea che si è via via stratificata nel corso di questi ultimi anni. Le ragioni sono molteplici, un po’ c’entra la società della comunicazione e dell’intrattenimento, che tutto tende a semplificare, un po’ la nostra grande tradizione storica impedisce uno sguardo aperto e senza pregiudizi sull’arte del presente.
Ma il discorso è complesso, e ci porterebbe molto lontano.

In Italia c’è anche un problema di mancanza di memoria culturale, per cui da una parte mitizziamo un passato glorioso come il Rinascimento e dall’altra rimuoviamo componenti più vicine a noi, che avrebbero invece bisogno di essere prese più in considerazione, ad esempio l’Italia ha un passato artistico contemporaneo molto ricco, se si pensa agli anni Sessanta e Settanta, o anche più indietro fino al Futurismo, solo che tale ricchezza rischia di non diventare un patrimonio comune.

GP: Lei è anche un insegnante, il fatto di esserlo influenza il suo essere artista?

CV: Per me l’insegnamento è stata l’altra naturale destinazione oltre a quella dell’artista. La parte formativa non riguarda una fase temporanea dell’esistenza di una persona, ma ti segue sempre. Insegnare è apprendere sotto un’altra forma, produce una formazione perenne. La relazione che si instaura con gli studenti è molto utile per mettersi alla prova, l’artista deve sempre mettersi alla prova, non può pensare di essere arrivato da qualche parte.
Da quando insegno credo di aver sviluppato anche una maggiore capacità all’ascolto e quindi di essere più adatto, anche nell’arte, a valorizzare le differenze e a non pretendere di avere dei risultati immediati. Se si vuole fare un’arte che non sia solo intrattenimento, bisogna accettare un percorso lungo che non realizzi un prodotto immediato, ma che sedimenti eventuali risultati nel corso del tempo. Sono per una pratica artistica che non si consumi rapidamente, ma che si assapori con lentezza e consapevolezza. C’è già troppo fast food in giro.

GP: Un’ultima domanda: Blart è “parlare d’arte”, lei preferisce parlare d’arte oppure “parlare con l’arte”?

CV: Aggiungerei una terza possibilità: “parlare all’arte”. Per parlare all’arte devi parlare d’arte ma anche parlare con l’arte. “Parlare all’arte” per me evidenzia la dimensione aperta e imprevista dell’incontro, dell’invito a una scommessa, a un’avventura. E’ un desiderio, un’ indicazione alla relazione e alla scoperta.

GP: L’intervista è terminata, grazie prof.
CV: Anche a te!

Riportiamo qui sotto un paio di nomi e links citati da Cesare Viel e utili di Musei e Gallerie di arte contemporanea presenti nel nostro Paese

• Castello di Rivoli • Centro Pecci di Prato • PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano • Museo Villa Croce di Genova • Biennale di Venezia • MAXXI (Museo nazionale delle Arti del XXI secolo) di Roma • MACRO (Museo d’Arte Contemporanea Roma) di Roma • MART (Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto)

 

 

Gunther von Hagens, ribattezzato dai media Dottor Morte, è un anatomopatologo tedesco principalmente noto per aver inventato la tecnica della plastinazione. Questo procedimento permette la conservazione dei corpi umani tramite la sostituzione dei liquidi con dei polimeri di silicone, che rendono la materia rigida e inodore senza intaccarne la colorazione.
I corpi, dopo aver subito questo trattamento, vengono plasmati in posizioni di vita reale o sezionati per mostrare le varie strutture dell’anatomia umana. Le mostre in cui vengono esposte le salme prendono il nome di Body Worlds e finora hanno accolto un numero sempre maggiore di visitatori. Questi ultimi, all’uscita della mostra, sono invitati a firmare un foglio in cui, se lo desiderano, dichiarano di voler donare all’artista il proprio corpo nel momento del trapasso. Molti di coloro che firmano sembrerebbero usare la plastinazione come un pretesto per superare l’ansia della morte, continuando ad esistere nonostante essa.

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Nonostante il grande successo delle mostre, sono numerose le persone che si scagliano contro l’arte di Von Hagens, ritenendola poco rispettosa nei confronti della morte e della dignità umana. Oltre a questo l’artista è stato chiamato svariate volte in tribunale per difendersi contro accuse riguardanti la legittimità dei cadaveri da lui utilizzati. A sua difesa Von Hagens reclama sempre la legalità della cessione dei corpi e, in merito alle accuse sulla sua moralità, dichiara: «La mostra anatomica di veri corpi umani permette di capire cose uniche del corpo umano sano e malato. Durante la visita vedrete diversi organi in una serie di circostanze differenti. Potrete imparare cose riguardo le loro funzioni e le malattie che li interessano. Infine avrete l’occasione di studiare le diverse e complesse strutture anatomiche dei corpi interi e a sezioni trasversali».
Amo l’opera di Gunther Von Hagens perché a parte l’aver creato una tecnica rivoluzionaria sia in campo medico che in campo artistico, ha permesso a qualunque profano di analizzare i segreti dell’anatomia umana fin a ogni suo piccolo dettaglio. Ciò che prima era accessibile solo dai professionisti del settore ora è visibile da chiunque abbia lo stomaco per guardare se stesso rivoltato come un calzino.

Marta de Menezes è un’artista portoghese che si dedica al rapporto tra arte e biologia, studiando le possibilità che quest’ultima può offrire agli artisti, attraverso l’uso delle sue tecniche e dei suoi materiali. Il suo scopo non è solo quello di rappresentare le migliorie in campo biologico, ma anche quello di utilizzare il materiale biologico, quale il DNA e le cellule, per trasmettere un discorso artistico che esplori nuove strade comunicative.
Nel 1999 Menezer crea Nature? in cui modifica il disegno sulle ali di svariate farfalle vive interferendo con il normale sviluppo dell’insetto così da creare nuovi pattern inesistenti in natura.
Nonostante questo cambiamento non si riscontrano altre modificazioni negli insetti infatti le cellule dell’ala risultano inalterate, senza alcun pigmento artificiale, cosi come i geni dell’intera farfalla. L’alterazione, inoltre, non attecchisce sulle generazioni successive, creando soggetti unici e irriproducibili. Questo fa si che l’arte abbia una sua durata specifica, definita dal ciclo di vita della farfalla e non prorogabile oltre.

In Decon: deconstruction, decontamination, decomposition Menezes crea dei quadri letteralmente vivi che si ‘decostruiscono’ mentre sono esposti. Qui crea una replica dei celebri quadri di Mondrian usando dei batteri inoffensivi per l’uomo e l’ambiente circostante. Durante lo sviluppo di questo progetto l’artista e i suoi collaboratori hanno ricreato le condizioni ottimali per influenzare l’attività dei batteri, adattando la velocità di degradazione del colore alle condizioni ambientali del museo.

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L’obbiettivo era quello di ottenere una lenta decomposizione delle immagini durante tutta la durata dell’esibizione. Come in Nature?, anche qui l’artista lavora sul creare qualcosa di vivo che sia destinato a morire e decomporsi, metafora dell’umanità stessa.
Il lavoro di Marta De Menezes mi affascina perché riesce a creare una riflessione sulla vita e sulla sua breve durata. Le sue opere deperibili, infatti, mettono in luce la bellezza dell’essere, che senza la morte, sarebbe solo banale e ripetitivo.

Koby Barhad è un artista e designer londinese interessato ad analizzare vari aspetti della società, dall’eterno bisogno di quantificare e definire la vita, al concentrarsi sulle apparenze più che sulla sostanza.
Nel progetto All that I am, l’artista lavora sulla manipolazione genetica ed esplora le implicazioni etiche della clonazione. Barhad si sarebbe procurato il materiale genetico di Elvis Presley, una ciocca dei suoi capelli, in internet, per poi cercare una laboratorio genetico al quale far introdurre il DNA di Elvis dentro ai topi.
In seguito le cavie vengono testate in vari ambienti, cercando di ricreare alcune delle situazioni principali della vita del cantante, cosi da capire se nei roditori insorga qualche atteggiamento riconducibile a Elvis. L’artista qui si interroga se la nostra vita sia così facilmente quantificabile in una serie di condizioni ed eventi e quali siano gli aspetti della vita responsabili di renderci noi stessi.

Un’altra opera chiamata Archive of years to come, Barhad crea una macchina del tempo destinata ad accelerare l’invecchiamento dei libri. I volumi, rinchiusi in una camera sigillata, sono costantemente sottoposti a una lampada che emette radiazioni UVC e ad un alto livello di umidità. Questi elementi combinati fanno si che quattro ore dentro alla camera equivalgano ad un anno di tempo.

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L’idea gli è venuta notando come i tomi antichi siano esporti nei negozi come decorazioni, donandogli uno scopo diverso da quello per cui sono stati concepiti e rendendoli in un certo senso una forma d’arte. Questo porta l’artista ad interrogarsi sul valore della letteratura oggigiorno.
Ho trovato le opere di quest’artista affascinanti perché anche se di primo acchito le avevo considerate solo come provocazioni, hanno dimostrato di possedere una certa profondità e una volontà di analizzare la vita di oggi, con le sue imperfezioni e ipocrisie. Voi che ne pensate?
Qui il sito dello studio dell’artista

Se ti trovi per caso nelle vicinanze di Roma, fermati, apri la mappa e cerca subito MAXXI.
PRESTO!
E’ un posto che assolutamente non puoi non visitare.
La sede del MAXXI è la grande opera architettonica, dalle forme innovative e spettacolari, progettata da Zaha Hadid nel quartiere Flaminio di Roma.
Il Museo è organizzato in quattro Dipartimenti: Arte, Architettura, Sviluppo, Educazione e formazione.

Dentro potrai trovarci mostre, workshop, convegni, laboratori, spettacoli, proiezioni, progetti formativi.
Il Museo Nazionale delle arti del XXI Secolo nasce per essere non solo luogo di conservazione ed esposizione del patrimonio ma soprattutto un laboratorio di sperimentazione e innovazione culturale, di studio, ricerca e produzione di contenuti estetici del nostro tempo.

Perditi nelle forme esterne ed interne del museo, il prezzo è accessibile a tutti (massimo 10€) mentre la collezione permanente del Museo (Galleria 4) è visitabile gratuitamente dal martedì al venerdì.

Sbircia nel qui nel sito per altre informazioni!

MoMA, il più importante museo di arte moderna del mondo a New York dal 1929!

Non è solo un museo ma un luogo accessibile a tutti dai più grandi ai più piccoli presentando mostre e programmi educativi di importanza senza precedenti.

Ambiente che è sensibile alle questioni di arte moderna e contemporanea, si propone di creare un dialogo tra la stabilità e la sperimentazione, il passato e il presente sostenendo una biblioteca, archivi e laboratori di conservazione.

Il costo è accessibile a tutti e varia:

  • $ 25 per gli adulti,
  • $ 18 per gli anziani oltre i 65 anni,
  • $ 14 per alunni,
  • Gratuito per i bambini dai 16 anni in giù.
  • Per altri informazioni potete visitare il sito ufficiale.

    Kristoffer Zetterstrand nasce a Stoccolma il 27 Settembre 1973, studia alla Royal University College of Fine Arts di Stoccolma e alla Facultad de Bellas Artes di Madrid. Nonostante la base tradizionale delle sue opere, si è però contraddistinto per i suoi lavori 3D creati con la computer grafica: sia nel mondo reale, su tele, ma anche in quello virtuale, con quadri inseriti all’interno di videogiochi celebri.
    Il suo particolare stile nasce dall’interesse per l’arte e per il mondo dei videogiochi, non solo in tre dimensioni, ma anche 2D degli anni ’60-’70-’80. Si può notare da alcuni dipinti, basati su cubi nel mondo di Minecraft,o nel videogioco Counter Stike, in cui li inserisce negli sfondi all’interno di scene visualizzabili solo in date circostanze.

    bathers

    I suoi lavori però non si limitano a questo, lavora anche su tele, pannelli e altri ancora, creando dei collage di immagini dipinte a olio, inchiostro, materiali vinilici; alcuni suoi lavori sono rappresentazioni più classiche, altre sono scenografie, ma anche mix di immagini tratte da videogames vintage e immagini tradizionali della storia dell’arte. I suoi studi si organizzano su programmi grafici, osserva gli spazi occupati da ogni parte dell’immagine, le figure, gli sfondi, i colori. L’artista dimostra come si possano unire diversi metodi di comunicazione, diversi tipi di arte, il virtuale e il reale, il classico e l’innovativo; estraendo da un mondo di numeri delle immagini e mettendole su tela, andando anche oltre, Kristoffer Zetterstrand è riuscito anche a fare il contrario, inserire all’interno di mondi interattivi delle opere d’arte, rendendo più sottile la linea che rende i videogiochi accessibili alla definizione di ‘opere artistiche’, cosa che negli ultimi anni sta sempre più prendendo piede.
    Date un’occhiata al suo sito

    L’artista e scultore iperrealista australiano Ron Mueck, nato a Melbourne nel 1958, ha dato vita alla sua più “grande” e importante opera, il suo nome è “Boy”.
    L’opera è stata creata nel 1999, ha raggiunto i 5 metri d’altezza, lavorato su blocchi di polistirolo orizzontali, evocando la crescita di ossa, muscoli e articolazioni, per gli occhi sono stati usati due palloni da calcio mentre i capelli con lenza da pesca. Il tema principale di questa opera è la “paura”.
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    Alla vista dell’opera lo spettatore si chiede se sia gigante l’opera o se sia lui stesso rimpicciolito, questo è determinato dalla paura del bambino e di chi lo osserva. Quel bambino siamo noi e rappresenta la paura di crescere in modo smisurato nei confronti di ciò che ha attorno, non c’è più la paura della morte e dell’invecchiamento ma di essere sproporzionati all’ambiente. L’innocenza diventa timore richiamata dalla posizione a feto del bambino,quasi come se si trovasse ancora nel grembo materno per sentirsi più protetto.

    Dismaland (Inghilterra), è una tra le ultime installazioni nel campo dell’arte contemporanea realizzata dal misterioso artista e maestro dello scandalo: Banksy.
    Inizialmente pensata per essere un parco divertimenti anti-Disneyland, definito dallo stesso artista ‘non adatto ai bambini’, ha chiuso definitivamente i suoi cancelli. Il motivo non sembrerebbe essere legato all’insuccesso, anzi, fin dall’inizio la critica è stata unanime negli apprezzamenti al progetto e l’elevata richiesta di biglietti avrebbe mandato più volte in crash il sito di vendita.
    Per questo motivo la notizia è rimbalzata in pochi giorni sulle principali testate mondiali:”Il castello di Cenerentola, attrazione principale di Dismaland, verrà inviato al campo profughi di Calais per fornire protezione ai rifugiati.” La notizia appare ad ogni modo paradossale e lascia dubbi sulla sua veridicità. Sia per l’ammontare del ricavato, circa 20 milioni di sterline che non sarebbe un aiuto troppo generoso per essere preso sul serio, sia perché in evidente contrasto con la stessa filosofia sulla quale Banksy avrebbe dato vita al progetto, ovvero la necessità di sottolineare i paradossi delle società occidentali in cui divertimento e miseria vengono mescolati sui media, generando indifferenza. Basti pensare che tra una tra le dieci attrazioni realizzate dall’artista britannico, permetterebbe di diventare scafisti e telecomandare finti gommoni carichi di migranti.
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    Banksy non si smentisce mai, il velo di mistero che lo avvolge, l’identità sconosciuta. Colpisce ovunque vada, qualunque cosa faccia, fa notizia e desta dubbi e curiosità nella gente. Sembrerebbe essere proprio questo uno dei suoi maggiori divertimenti ed il principale motivo della sua arte. Ci lascia così,affamati e disorientati nell’attesa della prossima mossa.