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Interviste e reportage

Cesare Viel, artista, performer e docente all’Accademia Ligustica di Belle arti, non è una presenza sconosciuta qua su Blart, se non ne sapete nulla potete andare a vedere qua l’intervista precedentemente fatta oppure andare a sbirciare sul suo sito per saperne un pò di più.

Ma cos’è “Un’ora d’arte: incontro con Cesare Viel” ?

Oggi, martedì 31 Maggio alle 18.30 presso lo Spazio46 di Palazzo Ducale di Genova, nell’ambito di “Un’ora d’arte” a cura di Virginia Monteverde, ci sarà l’incontro con Cesare Viel “Frasi, voci, corpi, tappeti, scritte, disegni, identità, azioni: l’arte molteplice di Cesare Viel” con la giornalista Bettina Bush.

Noi di Blart non abbiamo perso l’occasione e siamo andati a vedere, ascoltare e soprattutto fotografare per coloro che non possono partecipare a questo evento!

Durante questo incontro Viel ha parlato di vari argomenti, da quelli più intimi e privati come la perdita della madre, e i ricordi della fanciullezza a quelli più conosciuti come le sue performance in giro per l’Italia. Nonostante un’ora sia ridotta come quantità di tempo per raccontare la vita di un’artista è bastata per incuriosire e in parte soddisfare il pubblico.

"Un'ora d'arte con Cesare Viel" - Palazzo Ducale, Genova
“Un’ora d’arte con Cesare Viel” – Palazzo Ducale, Genova

Cesare Viel, artista e docente all’Accademia Ligustica di Belle Arti, intervistato da uno degli BLAutori e studente Giuseppe Petroso.

 

Giuseppe Petroso: Salve Prof. Viel, innanzi tutto le vorrei chiedere di raccontarmi di cosa si occupa nell’ambito dell’arte contemporanea.

Cesare Viel: I miei interessi espressivi sono legati soprattutto alla pratica della performance e dell’installazione. All’inizio della mia carriera sono partito dal testo, da tutto quello che significa: testualità, scrittura, parola, frase, voce, linguaggio. La mia partenza è strettamente concettuale, un’arte cioè che privilegia, della pratica espressiva, la componente legata alla teoria e alla parola.
La prima cosa che mi viene da dire è che sembra un’arte che non abbia niente a che fare con l’elemento visivo dato che esalta la parte linguistica, verbale. In parte è vero, ma non del tutto, perché ho iniziato a lavorare alla fine degli anni ’80 in un momento in cui la scena artistica italiana era ancora satura di immagini pittoriche, abbastanza pesanti, compiaciute. Erano i cascami della fine del periodo della Transavanguardia.
La dimensione della pittura per me in quel momento voleva dire soprattutto pesantezza da eliminare. Il mio pensiero, ma anche quello di altri artisti a fine anni ’80 era: “facciamo piazza pulita, ricominciamo da capo”.

GP: Il panorama artistico del momento era visto come qualcosa di obsoleto sotto il vostro punto di vista?

CV: Carico di materia espressiva giunta al capolinea, quindi colori, pratiche pittoriche e gestuali troppo compiaciute, chiuse, come imprigionate in se stesse.
C’era una sorta di saturazione, di pesantezza di un’arte che non teneva conto della possibilità di una relazione con l’altro, inteso in senso più ampio possibile. Non erano previsti spazi vuoti. L’intenzione era quella di tornare ad una sorta di leggerezza, ricominciare a parlare, prendendo dall’arte la sua parte meno scontata, la parte più “duchampiana” mi viene da dire, quella più smaterializzata, più priva di pittura, meno legata alla dimensione dell’arte tradizionale.
Una cosa da mettere a fuoco è che io non sono solo un performer in senso stretto, uso l’elemento della performatività ma non mi identifico del tutto solo con l’attività performativa. Fino ad ora la parte performativa c’era ma non al cento per cento, in una percentuale molto importante. Forse solo ora posso dire di essere arrivato a fare performance al cento per cento.

GP: Se prima la parte performativa occupava una grossa fetta percentuale, quella piccola da cosa era occupata?

CV: Diciamo la parte dell’oggetto, le tracce della performance, una parte altrettanto importante del lavoro. Il succo dell’energia in una performance, secondo me, va giustamente disperso nell’aria, ma la fotografia o l’oggetto che ne derivano, quelli possono diventare opere che si possono anche vendere.
Per essere una tua opera deve passare attraverso una distillazione concettuale molto importante, una specie di decontaminazione dall’essere solo un oggetto. In fondo, paradossalmente, non vorrei realizzare nulla di fisico, vorrei aggiungere solo pensieri ed emozioni, non gestibili e identificabili solamente come oggetti.

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GP: Questa “distillazione” degli oggetti di cui ha parlato, viene effettuata attraverso la sua performance?

CV: Si, per esempio l’ultima mostra che ho fatto da Pinksummer l’anno scorso: al centro c’erano dei feltri a pavimento che si spostavano come delle forme, come delle presenze, che potevano essere fruite anche come tappeti, o grandi fogli di carta. (Intervista sulla mostra personale da Pinksummer fatta da Emanuela De Cecco su Mentelocale.it)

GP: Quindi gli oggetti acquisiscono significato e spessore attraverso le sue performance e diventano vere e proprie opere?

CV: Si, diventano opere. Questo succede anche con le fotografie, che documentano l’azione. Spesso possono diventare opere vere e proprie, staccate dall’essere legate alla performance.
Un altro elemento che mi interessa come opera possibile è il suono, dato che amo anche il lavoro con la voce.
I lavori audio, che a volte entrano nella performance, possono diventare opere a se stanti. Siamo di nuovo davanti ad un oggetto abbastanza smaterializzato, perché l’audio può essere inserito in un oggetto che diventa differente da un oggetto che si espone semplicemente su uno scaffale, deve essere attivato.

Direi che per me la performance è come l’acqua per un pesce, un flusso, un’energia molto importante.

GP: Qual è il percorso di studi che ha seguito e il fatto di averlo seguito l’ha aiutata a diventare l’artista di oggi?

CV: Uno è anche quello che studia, gli interessi che ti accompagnano durante l’adolescenza e la crescita. Ho fatto l’Università di Lettere a Genova e ho seguito i corsi di docenti straordinari come Edoardo Sanguineti, che era un poeta, ma anche un grande intellettuale, un critico letterario, uno storico della letteratura italiana, ed era anche molto legato alla dimensione della performance, all’oralità della lingua, alla voce. Poi ho fatto gli studi di Storia dell’arte contemporanea con Franco Sborgi, Storia della critica d’arte con Marisa Dalai Emiliani, Storia dell’arte moderna con Ezia Gavazza, insomma una scuola molto sfaccettata, ricca di riferimenti, al centro molto importante era la teoria e il linguaggio. Sono entrato nel mondo dell’arte da quella porta e quindi, forse, per me è stato più facile liberarmi da quelli che all’epoca consideravo i cascami di cui abbiamo parlato prima, con questo non è che io non ami la pittura, amo molto certi pittori, ho studiato pittura nella storia dell’arte del passato, però sentivo che in quel momento il percorso si era chiuso, non c’erano prospettive, e quindi si poteva ricominciare ad utilizzare elementi che erano stati abbandonati negli anni ’80. Ad esempio tutta la dimensione concettuale, performativa e processuale.

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GP: Il suo percorso quindi è partito da un contesto linguistico e concettuale, ma come è arrivato all’artista che è oggi, ci sono state delle influenze che l’hanno indirizzata al performer che conosciamo oggi?

CV: Secondo me la performance era dentro di me come possibilità fin dall’inizio, ma agli inizi avevo una certa timidezza. Ci vuole un po’ di tempo per legittimarsi. Uno degli altri orizzonti che mi è sempre interessato era il teatro, in fondo c’era l’elemento performativo dentro i miei interessi, già da adolescente. Alla fine del primo spettacolo che vidi a teatro, avevo circa tredici anni, volevo andare in camerino e dire agli attori: “prendetemi, vengo con voi”.
Mi piaceva molto l’idea del nomadismo dell’attore e la dimensione del palcoscenico, questo luogo altro, dove accadono cose magiche in cui se si spengono le luci tutto sparisce e poi se si riaccendono tutto riparte da capo.
Ho questo ricordo dell’infanzia, avevo cinque o sei anni, avevo appena finito di partecipare a una recita per bambini, all’oratorio o con la scuola. Ricordo solo di aver dimenticato l’ombrello nel teatrino e mi dissero di tornare dentro a riprenderlo. Quando entrai nel teatro vuoto, osservando la piccola platea dal palcoscenico, tutta in penombra con le sedie vuote, ecco che mi apparve in tutta la sua forza evocativa, lo spazio performativo: un corpo in silenzio che respirava, in attesa.
Rimasi così incantato dall’atmosfera che si manifestava, una specie di “setting”: non era altro che lo spazio aperto delle possibilità, così è anche quello dell’arte. In fondo in fondo, ogni volta che faccio una performance, cerco sempre di attivare quella meraviglia e quella situazione di sospensione dove il mondo prende un’altra energia.

Non sono diventato un attore, alla fine, perché non mi interessa essere un attore, non è nelle mie corde, ma la dimensione performativa, in arte, mi ha permesso di utilizzare un interesse e un’attrazione per la scena senza che sia teatro, così come il mondo dell’arte concettuale e del linguaggio mi ha permesso di utilizzare il linguaggio e la parola senza che sia letteratura.

Via via che si mettevano in moto i pezzi della mia pratica artistica, osservando anche i precedenti storici, i miei compagni di strada più anziani, attraverso i libri, gli studi, mi sono accorto che per me lo spazio dell’arte era trovare uno sviluppo ulteriore ai punti di partenza che mi avevano intrigato, quindi la letteratura da una parte e il teatro dall’altra, senza desiderare fino in fondo di fare lo scrittore o l’attore.
Cosa si fa se non si vuole fare lo scrittore o l’attore? C’è lo spazio dell’arte, che ti permette di fare un’altra cosa, che non è una sostituzione, o una supplenza, ma è una contaminazione dinamica di linguaggi che difficilmente si può realizzare così completamente nelle altre discipline. Dopo anni che sono in questo ambiente, insegnando, praticando l’arte, l’arte contemporanea offre una grande ricchezza di mezzi e possibilità, e forse sta anche qui la sua difficoltà nell’essere compresa. Certo questo non vuol dire che ci sia libertà assoluta nel fare quello che vuoi, perché occorre costruire una piattaforma progettuale all’interno di un sistema coerente di segni.
C’è una totale libertà, ma nello stesso tempo una grande responsabilità dei linguaggi che utilizzi.

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GP: Qual’è l’importanza del contesto nel quale avvengono le sue opere e cosa rende un contesto migliore di un altro?

CV: È difficile, è un po’ come l’aria, sono dei fattori a volte occasionali, a volte intuitivi, emozionali. I progetti artistici sono da una parte profondamente voluti, intesi, razionali e dall’altra c’è tutto un margine che si può definire dell’inconscio. C’è una parte inconsapevole che lavora tanto quanto quella consapevole. Secondo me l’artista deve mantenere aperto il canale dell’imprevisto, gestendolo con la sua parte razionale. Solo con la parte razionale qualcosa si irrigidisce, e viceversa se utilizzi solo la dimensione irrazionale tutto si scioglie, si disfa eccessivamente. Le due parti devono andare insieme. Un equilibrio continuo che va sempre ricostruito, come stare su una corda. Non c’è mai un momento in cui trovi l’equilibrio definitivamente, devi sempre correggerti.

GP: Quali sono gli artisti che l’hanno maggiormente ispirata?

CV: Restando nel mondo dell’arte i nomi che mi hanno aperto i maggiori orizzonti sono Matisse, Giulio Paolini, Luciano Fabro, Giuseppe Chiari, che ho avuto la fortuna di conoscere, artista fluxus fiorentino, purtroppo non così famoso come dovrebbe ma con un livello altissimo di ricerca teorica e di pratica performativa, poi tra gli stranieri Bruce Nauman, Robert Morris, Bas Jan Ader.

GP: L’Italia è un paese che riesce a capire e apprezzare quest’arte?

CV: In Italia c’è una difficoltà a percepire e apprezzare l’arte contemporanea che si è via via stratificata nel corso di questi ultimi anni. Le ragioni sono molteplici, un po’ c’entra la società della comunicazione e dell’intrattenimento, che tutto tende a semplificare, un po’ la nostra grande tradizione storica impedisce uno sguardo aperto e senza pregiudizi sull’arte del presente.
Ma il discorso è complesso, e ci porterebbe molto lontano.

In Italia c’è anche un problema di mancanza di memoria culturale, per cui da una parte mitizziamo un passato glorioso come il Rinascimento e dall’altra rimuoviamo componenti più vicine a noi, che avrebbero invece bisogno di essere prese più in considerazione, ad esempio l’Italia ha un passato artistico contemporaneo molto ricco, se si pensa agli anni Sessanta e Settanta, o anche più indietro fino al Futurismo, solo che tale ricchezza rischia di non diventare un patrimonio comune.

GP: Lei è anche un insegnante, il fatto di esserlo influenza il suo essere artista?

CV: Per me l’insegnamento è stata l’altra naturale destinazione oltre a quella dell’artista. La parte formativa non riguarda una fase temporanea dell’esistenza di una persona, ma ti segue sempre. Insegnare è apprendere sotto un’altra forma, produce una formazione perenne. La relazione che si instaura con gli studenti è molto utile per mettersi alla prova, l’artista deve sempre mettersi alla prova, non può pensare di essere arrivato da qualche parte.
Da quando insegno credo di aver sviluppato anche una maggiore capacità all’ascolto e quindi di essere più adatto, anche nell’arte, a valorizzare le differenze e a non pretendere di avere dei risultati immediati. Se si vuole fare un’arte che non sia solo intrattenimento, bisogna accettare un percorso lungo che non realizzi un prodotto immediato, ma che sedimenti eventuali risultati nel corso del tempo. Sono per una pratica artistica che non si consumi rapidamente, ma che si assapori con lentezza e consapevolezza. C’è già troppo fast food in giro.

GP: Un’ultima domanda: Blart è “parlare d’arte”, lei preferisce parlare d’arte oppure “parlare con l’arte”?

CV: Aggiungerei una terza possibilità: “parlare all’arte”. Per parlare all’arte devi parlare d’arte ma anche parlare con l’arte. “Parlare all’arte” per me evidenzia la dimensione aperta e imprevista dell’incontro, dell’invito a una scommessa, a un’avventura. E’ un desiderio, un’ indicazione alla relazione e alla scoperta.

GP: L’intervista è terminata, grazie prof.
CV: Anche a te!

Riportiamo qui sotto un paio di nomi e links citati da Cesare Viel e utili di Musei e Gallerie di arte contemporanea presenti nel nostro Paese

• Castello di Rivoli • Centro Pecci di Prato • PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano • Museo Villa Croce di Genova • Biennale di Venezia • MAXXI (Museo nazionale delle Arti del XXI secolo) di Roma • MACRO (Museo d’Arte Contemporanea Roma) di Roma • MART (Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto)